In fuga dal buonsenso
 
C’è un genere di recensione che non amo leggere — meno che mai scrivere — che si chiama stroncatura. La ragione è semplice: ho un profondo rispetto per il lavoro dello scrittore, e visto che la recensione è un genere derivativo e per certi versi comodo (non potrebbe esistere senza qualcosa da recensire), prima di stroncare un libro mi mordo la lingua tre volte, come scrive Calvino in Palomar. Purtroppo per Re in fuga di Vittorio Giacopini, [1] uscito da Mondadori subito dopo la morte di Fischer, la stroncatura è d’obbligo e senza appello. Ma procedo con ordine e comincio da una questione di generi letterari, trascinatovi per i capelli dallo stesso autore, benché in una intervista online egli dichiari che “ingabbiare le scritture nei ‘generi’mi sembri un esercizio che ha fatto abbastanza il suo tempo. Non mi appassiona.” [2]
 
Figurarsi se appassiona me, che per mestiere mi occupo di scritture di confine. Sostiene però Giacopini nella Nota finale al libro (i corsivi sono tutti suoi): “Questo romanzo racconta (anche) fatti realmente accaduti e nessun personaggio è di fantasia. Ma solo questo: tutto il resto è invenzione, interpretazione arbitraria, tradimento. Meglio evitare equivoci: non è un saggio, non è una biografia.” (p. 273) Tuttavia, dopo avere insinuato in rete il dubbio che il libro “forse non è neppure un romanzo e non mi importa,” [2] in un’altra intervista su internet afferma che Re in fuga “È difficile da inquadrare come genere. Per me è un libro di narrativa, non un romanzo, che non saprei scrivere. Assumendo la definizione di letteratura di Benjiamin (un refuso per Walter Benjamin) ci sono i romanzieri e i narratori. Io faccio parte del secondo gruppo. [...] È un romanzo nel senso epico. Romanzo storico-metafisico.” [3] Che dire? A leggere una dopo l’altra queste dichiarazioni, sembra quasi che l’autore, piuttosto che avere scritto un libro trans-genere, non sappia che genere di libro abbia scritto.
 
Mettiamola così: i generi letterari non sono interessanti perché (e l’affermazione, se maneggiata con cura, si può senz’altro sottoscrivere) “bisogna mischiare i generi, intrecciarli;” [2] tuttavia si stupisce se il libro “non lo recensisce nessuno e nelle librerie non si trova perché nascosto nella sezione ‘tempo libero’ o ‘giochi’.” [3] È dunque possibile che, se i generi non vanno bene, le etichette da scaffale, se non altro, tornino utili? Non saprei. D’altro canto, pur di collocarsi da qualche parte nel panorama letterario di casa nostra, Giacopini è il primo a usare quelle stesse categorie per le quali dichiara di non provare passione: prima fra tutte quella di “epica,” che menziona per diritto e per traverso nel tentativo di trovare una a dir poco improbabile relazione di parentela con i testi della cosiddetta New Italian Epic. [4] Che dire dell’adozione della categoria di “romanzo storico” (anche se, contrariamente alle intenzioni dell’autore, i riferimenti alle vicende che fanno da sfondo alla vita di Fischer restano dietro le quinte; o sono semplici elenchi di fatti, come in certi almanacchi; o presentano gravi omissioni — una per tutte: il Vietnam)? E come giudicare la negazione del dato biografico, anche se Re in fuga, incentrato sulla “leggenda di Bobby Fischer”, non fa che narrare la vita di un campione del mondo di scacchi?
 
A questo proposito l’autore afferma di aver fatto di tutto per “sfuggire all’effetto biografia cercando di entrare nella testa di questa persona.” [3] Verissimo, visto che la focalizzazione del racconto spesso avviene attraverso l’adozione del punto di vista del campione americano. Tuttavia, così facendo, Giacopini non si accorge di restare più che mai entro i confini della storia individuale; al limite, della paradossale autobiografia di un altro, alla maniera dell’Autobiografia di Alice Toklas di Gertrude Stein o dell’Autobiografia di mia madre di Jamaica Kincaid. Dunque, se proprio si vuole associare il suo libro all’invenzione romanzesca, piuttosto che di “romanzo storico-metafisico” si dovrebbe parlare semmai di romanzo psicologico; dubito però che una qualsivoglia (e poco appassionante) messa a punto terminologica riesca a salvare Re in fuga da quello che ai miei occhi è in ogni caso un fallimento assoluto.
 
In realtà, si ha l’impressione che l’autore voglia mettere le mani avanti per riscattare preventivamente le molte e gravi inesattezze di cui abbonda il testo, con buona pace dello “stile preciso e tagliente” di cui vaneggia il risvolto di sovraccoperta. Fin dalle prime pagine, infatti, Giacopini fa sfoggio di un grado di approssimazione e superficialità decisamente fuori dal comune. E ciò malgrado il libro presenti intuizioni che, anche se raramente originali, avrebbero potuto fargli staccare l’ombra da terra; come quella di comporre una colonna sonora (più jazz che rock, anche se Bobby amava soprattutto il secondo) che scandisca il susseguirsi degli eventi nella vita di Fischer ; o come quella di leggere le scelte di vita “a scomparsa” del campione americano in parallelo con quelle degli scrittori Salinger e Pynchon, entrambi spariti dalla scena pubblica subito dopo avere raggiunto la notorietà (Pynchon, a dire il vero, anche prima). Con un po’più di coraggio, le citazioni dall’uno e dall’altro che compaiono erraticamente nel testo avrebbero potuto dar vita, se messe in sistema, a un racconto a metà fra fatti e finzione letteraria; come da programma. E visto che l’autore insiste su quell’evento epocale che fu la guerra fredda, invece di attingere a piene mani da Bobby Fischer va alla guerra, [5] il ricorso a Underworld di Don De Lillo, o ai racconti e ai romanzi visionari di Philip Dick (autore che pure è nominato en passant) avrebbe potuto fornire a Re in fuga una robusta cornice letteraria. Ma tant’è, invece di segnalare ciò che nel libro manca, proverò a mostrare ciò che lo rende inutile agli occhi dello scacchista e dannoso a quelli del lettore comune. Nel primo caso, perché nulla di quanto vi legge gli giunge nuovo (piuttosto, deformato e sciatto); nel secondo, perché la straordinaria ignoranza del gioco e la non meno grandiosa presunzione di poterlo raccontare fanno sì che l’autore contribuisca a diffondere una immagine degli scacchi quanto mai inesatta, se vogliamo “metafisica”, di sicuro lontana dalla realtà.
 
Da un libro dedicato alla vita di un ex-campione del mondo, infatti, il lettore si aspetta che lo scrivente abbia un minimo di contezza del gioco e dei suoi protagonisti. Nulla di tutto ciò. Nelle prime sessanta pagine, a non voler andare troppo lontano, Giacopini è capace di promuovere a Grande Maestro tanto il Maestro Max Pavey (p. 37) quanto il meno noto Karl Forstenaicher (p. 41); di elevare il buon Carmine Nigro — mentore di Fischer al Manhattan Chess Club e dedicatario del primo libro scritto da Bobby [6] — al rango di “uno dei primi dieci scacchisti d’America” (p. 39); di ritrarre Alekhine mentre “si accanisce a distruggere la resistenza cocciuta di Duchamp” (p. 46), laddove la sola partita di cui si abbia notizia fra il campione del mondo e l’artista francese si conclude con la vittoria del secondo (che giocava in consultazione con altre due persone); di fare di Fischer “a tredici anni e quattro mesi il più giovane Grande Maestro di scacchi americano” (p. 58), quando invece il nostro diventa il più giovane GM della storia a 15 anni, sei mesi e un giorno (almeno fino a quando, nel ’91, Judith Polgar batterà il suo record di poco più di un mese); e così via, in un crescendo di enormità che ho arbitrariamente classificato in quattro categorie, per ciascuna delle quali (e per non tediare il lettore) mi limiterò a fornire giusto qualche esempio:
 
1. Errori fattuali.
Nick Rossolimo, correttamente citato come tale a p. 128 (anche se come “tassista” e non come Grande Maestro), è invece “Rosselimo” a p. 92. Si tratta di un refuso, d’accordo; come quello che trasforma uno dei secondi di Spassky, Ivo Nei, nel fantomatico “Gei” (p. 151). Ma che dire del maestro americano Abe Turner, spacciato per Grande Maestro (p. 101) per il solo fatto che una volta ebbe la meglio su Fischer? E ancora: nell’incontro URSS-Resto del Mondo, Fischer è dato vincente su Petrosian per ben “tre volte, nettamente” (p. 136), mentre lo score registra invece due vittorie e due patte. Il primo programma scacchistico sarebbe stato “realizzato nei sotterranei del MIT nel 1973” (p. 202), benché nel 1965 il programma MacHack avesse sconfitto in modo convincente un avversario umano. [7] Il celebre errore di Fischer, nella prima partita del match per il campionato del mondo, viene descritto come la “cattura [del]la torre di re con il suo alfiere” (p. 163), anche se, com’è noto, in h2 Fischer catturò un pedone (era un pedone di torre, però; che l’autore abbia frainteso una delle sue fonti in lingua inglese?). E, a proposito di pedoni, Giacopini riesce a sbagliarsi perfino nella descrizione della foto che qui si riproduce. Come si vede chiaramente, il giovane Bobby tiene il dito su un pedone Bianco, non “muove un pedone nero, spingendolo con l’indice lunghissimo” (p. 40), come sostiene con inconsueto daltonismo il nostro; senza contare che, due pagine più in là, l’autore ipotizza che la foto possa essere stata scattata nientemeno che da Stanley Kubrik. [8]
 
2. Errori terminologici.
Sono giustificabili gli errori fattuali nel “romanzo” di un narratore à la Benjamin? Dipende. Ad esempio, si potrebbe sorvolare sulla descrizione della foto di cui sopra, e perfino sull’ipotesi romanzesca della sua paternità; ma ben difficilmente si può fare altrettanto per la 29° mossa della prima partita di Reykjavík. E pur concedendo all’autore la licenza di modificare certi episodi marginali (a patto, s’intende, che le modifiche siano motivate da ragioni narrative, non dettate dall’ignoranza dei fatti), è impossibile perdonare gli svarioni elencati di seguito. Ho già documentato l’uso improprio della locuzione “Grande Maestro”, che Giacopini scambia per un riconoscimenti onorifico mentre è invece un titolo assegnato dalla FIDE sulla base del rating e, soprattutto, dei risultati conseguiti in un certo numero di tornei internazionali. Ma c’è di più. Gli incontri per corrispondenza, ad esempio, peraltro correttamente definiti come tali a p. 57, diventano “postali” (con un probabile calco dall’inglese “postal” delle fonti giacopiniane) per ben due volte a pagina 50. Sempre a causa di un probabile errore di traduzione dall’inglese, la celeberrima biblioteca (in inglese: “library”) scacchistica di Bob Wade diventa “una scalcagnata ma fornitissima libreria a Londra” (p. 154; il corsivo è mio). [9] Il sistema di notazione delle partite, e forse con esso anche l’esito, è definito misteriosamente “la statistica”. Ecco due esempi, ai limiti della dislessia: “La sua unica partita postale di cui si conservi la statistica è con un certo A. Wayne Conger” (p. 50); “Le statistiche registrano tutte le trentasette mosse dell’incontro” (p. 60). Ignaro che “stallo” è termine tecnico del tutto inappropriato alla partita in questione (Fischer-Botvinnik, Olimpiadi di Varna, 1962), l’autore afferma: “Nello stallo [inteso, forse, come l’impossibilità, da ambo le parti, di fare progressi?] si accendono i nervi mentre il pubblico in sala trattiene il fiato o tossisce” (p. 115).
 
3. Errori di giudizio
La partita Fischer-Spassky, giocata alle olimpiadi dell’Havana nel 1966, una classica variante Smyslov della Spagnola chiusa, è descritta come “‘una ‘partita spagnola’ molto insolita” (p. 130). Paul Morphy, un gentiluomo per il quale gli scacchi erano sinonimo di nobiltà d’animo e atteggiamento cavalleresco, e il cui decoro gli valse una udienza nientemeno che dalla Regina Vittoria, nel suo tour londinese sarebbe stato “uno yankee rozzo, cattivo e scatenato nel cuore pigro e sonnacchioso della vecchia Europa” (p. 190). Talmente confuse, poi, sono le idee di Giacopini sui limiti di tempo nelle competizioni ufficiali (e, aggiungerei, sul gioco stesso), che, anziché provare a confutarle una ad una, preferisco riportare di seguito un estratto dalla sezione dedicata all’orologio Fischer. Sarà il lettore competente a giudicare (tenendo presente, beninteso, che il passo si riferisce agli anni Ottanta, quando l’aggiornamento delle partite era ancora consentito) fino a che punto l’autore sia digiuno dei più elementari fatti intorno alle sessantaquattro caselle:
 
“Nel gioco degli scacchi, il calcolo dei tempi è affidato all’ideologia o a un ideogramma e gli orologi da gioco dettano procedure standard, ritmi fermi. Convenzionalmente, ogni partita ha una durata delimitata e suddivisa in fasi di gioco specifiche, obbligate. Alla prima — quella delle aperture, delle mosse prescritte dai manuali, dei movimenti canonici, di rito — viene assegnato un ampio margine di tempo in corrispondenza con un delimitato numero di mosse. Lo stesso vale anche per il medio-gioco, quando la partita si evolve in termini più personali ma in fondo sempre dentro schemi conosciuti, collaudati. Così il gioco si trascina per ore e ore e capita che sia necessario bloccare gli orologi e aggiornare l’incontro al giorno dopo. Al finale di partita si arriva troppo spesso dopo infinite notti di analisi e previsioni, simulazioni mentali e duro studio. Anche la resa dei conti finale, a questo punto, perde molto della sua spontaneità potenziale e si fa scialba. [...] Fischer introduce per la prima volta un principio rivoluzionario nella misurazione del tempo delle competizioni scacchistiche. Ai giocatori — col nuovo cronometro — non vengono più assegnati periodi di tempo delimitati e chiusi in fasi distinte e un po’ arbitrarie: ora ogni mossa fa interamente storia a sé e cambia il gioco” (pp. 225-27).
 
4. Errori concettuali
Do per scontato l’ovvio, ossia che non si scrive un libro su un argomento che si ignora del tutto. Sorvolo sull’assunto — sbagliatissimo — che Fischer fosse un ribelle alla maniera dei beat; beat, o meglio loro compagna di strada semmai fu la madre, pressoché ripudiata da Bobby, il quale all’inizio degli Anni Sessanta sognava di indossare abiti di lusso e di frequentare club esclusivi. Ed evito di commentare l’idea che la paranoia (vera) dello scacchista americano fosse assimilabile alla paranoia (in primo luogo fictional, poi certamente biografica e, comunque, essenzialmente politica) di uno scrittore della statura di Thomas Pynchon. Mi preme però sottolineare i due errori di fondo che fanno di Re in fuga un flop: l’approssimazione frettolosa con cui è stato scritto, alimentando l’impressione che si tratti di un instant-book camuffato da “romanzo” [10] e la mancata messa a fuoco del pubblico al quale si rivolge. Lo ripeto: se il target del libro fosse quello delle persone informate dei fatti, vale a dire gli scacchisti, Re in fuga risulterebbe inutile, poiché ciascuna delle fonti indicate dall’autore nella Nota finale è di gran lunga più attendibile. Se, invece, il libro si indirizzasse a chi scacchista non è, l’autore sarebbe doppiamente colpevole: di diffondere informazioni di seconda mano, per lo più errate, che contribuiscono a perpetuare un’immagine distorta del gioco; e di avere scritto un tributo a Fischer raffazzonato e vago, che tutto fa fuorché rendere omaggio a un perfezionista maniacale quale fu il fuoriclasse americano.
 
Ciò appare più che mai evidente nel resoconto di certe partite-chiave nella carriera di Bobby. Ho già segnalato alcuni degli strafalcioni che costellano il racconto della Fischer-Botvinnik, giocata alle olimpiadi di Varna, e della prima partita del match con Spassky a Reykjavík. Ma nessuna recensione del libro sarebbe completa senza una nota sullo strepitoso sciocchezzaio che accompagna la partita del secolo fra Fischer e Donald Byrne del ’56. L’autore parte col piede giusto quando afferma, ovviamente col senno di poi, che “In realtà, Bobby gioca sul filo del paradosso tutto il tempo. La sua difesa è un attacco al contrario, l’organizzazione — apparentemente suicida — di una trappola.” (p. 60) Tuttavia, il lettore non fa in tempo a mettersi comodo sul divano per gustarsi la cronaca della partita che subito si imbatte nella seguente, a dir poco ingenua affermazione:
 
“La conquista del centro, la costruzione di punti di forza e di postazioni sicure, un certo modo — sistematico, logico, avvolgente — di guadagnare terreno e di avanzare: sono principi elementari di cui Bobby sembra non tenere conto fin dall’inizio.” (p. 60)
 
Ovviamente, Giacopini ignora tutto delle strategie indiane di controllo del centro; ciò non di meno, non esita ad arricchire la sua prosa con bizzarre osservazioni tecniche (“sistema russo, dicono i manuali”, scrive a p. 61, dando al lettore una informazione estremamente dettagliata — la variante d’apertura — ma tacendogli quella di base — l’apertura, per l’appunto: una Grünfeld) e, soprattutto, con un impressionante numero di “perle”. Ecco la prima (si noti l’“ovviamente”):
 
“Non si capisce se ha un piano preciso o si difende a casaccio, senza idee (Donald è il primo a chiederselo, ovviamente).” (p. 60)
A parte l’insulto all’intelligenza non dico dello scacchista ma del lettore comune, il goffo tentativo di drammatizzare lo scontro sulla scacchiera fra i due giovani Maestri ha l’effetto involontario di sminuire, anziché esaltare, la figura di Fischer. Un altro esempio: “Byrne muove e non incontra nessuna resistenza. I suoi pedoni si attestano a presidio del centro della scacchiera e i pezzi di Bobby sembrano danzargli intorno spaventati. Fischer batte in ritirata senza un metodo apparente o un contropiano.” (p. 61)
 
Per meglio illustrare lo scempio del capolavoro giovanile di Fischer, ho pensato di riprodurre la partita e di includere, al momento opportuno, i commenti narrativi di Giacopini, integrandoli coi miei (in corsivo nel testo):
 
 
Donald Byrne - Robert James Fischer
New York: Rosenwald Memorial 1956
 
1.Cf3 Cf6 2.c4 g6 3.Cc3 Ag7
 
“[Fischer] Sposta un Alfiere lungo una diagonale periferica.” (p. 61)
 
Periferica la a1-g8? La più importante diagonale nera di tutta la scacchiera?
 
4.d4 0-0
 
“[Fischer] protegge il re con un arrocco immediato, poco altro.” (p. 61)
 
Anche un principiante sa che, in questa posizione, l’arrocco è la mossa più naturale ed efficace a disposizione del Nero.
 
5.Af4 d5 6.Db3 dxc4 7.Dxc4
 
“Il solo pedone di Bobby che ha cercato il confronto viene respinto indietro da una pressione costante.” (p. 61)
 
Senza contare che è il Nero a cedere volontariamente il centro, perché scrivere che il Pd5 è “respinto indietro”, considerato che i pedoni non possono tornare sui loro passi, e non che il pedone viene “catturato”, “scambiato”, “mangiato”?
 
7...c6 8.e4 Cbd7
 
“Per il momento sembrano tutte mosse casuali. Le posizioni chiave sono tutte nelle mani di Byrne, saldamente. Pedoni e cavalli al centro, la regina che guida l’attacco, una progressione che sembra inarrestabile.” (p. 61)
 
Il problema è: a chi sembrano casuali queste mosse? Non certo a Byrne, e meno che mai a Fischer. Se ne conclude che, in deroga al principio di “cercare di entrare nella testa di questa persona,” [2] in un passo decisivo come questo l’autore decide di adottare il punto di vista... dell’autore! Al quale non faccio una colpa se non capisce la strategia del Nero, ci mancherebbe altro; ma perché inanellare una stupidaggine dopo l’altra, quando sarebbe bastato consultare un esperto per dar vita a un racconto al tempo stesso avvincente e rispettoso dei fatti?
 
9.Td1 Cb6 10.Dc5 Ag4 11.Ag5?
 
“L’unico fattore che sembra stare a cuore a Bobby è la protezione del suo re; soltanto questo. Byrne ragiona in termini strategici, pensa in grande. Sembra un generale di Napoleone. La dislocazione delle truppe, la costruzione di roccaforti, postazioni avanzate, casematte. La quantità di fuoco contro le forze nemiche, queste manovre per tagliare ogni via di fuga e ritirata.” (p. 61)
 
Non è chiaro in che modo le mosse del Nero successive all’arrocco possano considerarsi difensive, quando, al contrario, non fanno che mettere sotto crescente pressione il centro avversario.
 
11...Ca4!
 
“Fischer agisce alla cieca, segue una logica intermittente, svaria, si confonde. È più un guerrigliero che un vero soldato.” (p. 61)
 
Confesso di non essere intellettualmente attrezzato a commentare questo passo. Viene voglia di citare Hal 9000, il computer che gioca a scacchi in 2001 Odissea nello spazio: “La mia mente se ne va...”
 
12.Da3 Cxc3 13.bxc3 Cxe4! 14.Axe7 Db6 15.Ac4
 
“In ogni partita c’è un punto di condensazione, l’oscillazione improvvisa che determina una sequenza diversa e irreversibile. In ogni partita c’è la sorpresa annunciata di una svolta. Verso la quindicesima mossa Donald sembra avere in mano il colpo del KO e Bobby è costretto alle corde. Forte solo del suo re vigliacco nascosto nelle regioni più estreme della scacchiera, può soltanto provare a liberare spazi e corridoi per tentare un agguato improvviso al re bianco e assassinarlo.” (p. 61)
 
Dopo l’undicesima mossa del Nero, l’iniziativa è saldamente nelle mani di Fischer. La quindicesima di Byrne è un intelligente quanto disperato tentativo di ultimare lo sviluppo e di sottrarsi all’angolo dove lo costringe, semmai, l’avversario.
 
15...Cxc3
 
“Byrne non si lascia ingannare. Bobby offre in sacrificio un cavallo e l’alfiere. Donald capisce il giochetto e non abbocca. Bobby — col fiato corto — accelera, va in confusione, si dibatte. Donald lo incalza senza dargli respiro, gli sta addosso.” (pp. 61-2)
 
Non riesco proprio a vedere l’offerta dell’Alfiere; ma, soprattutto, mi sfuggono il fiato corto e la confusione di Fischer, a fronte dell’evidente affanno di Byrne.
 
16.Ac5 Tfe8+ 17.Rf1
 
“Il risultato, imprevedibile, è che la regina nera si trova esposta all’attacco del bianco e rischia la pelle. Bobby può ancora salvarla e non lo fa.” (p. 62)
 
Per fortuna, d’ora in avanti la cronaca di Giacopini rientra nei binari della normalità. La ricopio perciò senza commenti, insieme alla bella combinazione di Fischer e all’epilogo della partita:
 
Il N muove e va in vantaggio decisivo
 
17...Ae6!!
 
“Bobby ha l’incredibile freddezza di fregarsene. Per giocare bene a scacchi — dice qualche anno dopo — servono solo ‘una grande memoria, concentrazione, immaginazione, molta volontà’. Libertà mentale, indipendenza, autonomia: sa benissimo quello che fa, sa benissimo dove sta andando a parare. Il suo re in fuga era solo una falsa pista.” (p. 62)
 
18.Axb6
 
“Byrne intuisce la disfatta nel momento in cui cattura la regina.” (p. 62)
 
18...Axc4+ 19.Rg1 Ce2+ 20.Rf1 Cxd4+ 21.Rg1 Ce2+ 22.Rf1 Cc3+ 23.Rg1 axb6 24.Db4 Ta4 25.Dxb6 Cxd1
 
“I guerriglieri nemici adesso sbucano dal buio di zone in ombra, trascurate. È la notte dei morti viventi, una rivolta degli zombie. La controffensiva di Fischer procede per linee oblique, con vertiginosi cambi di passo. Poco più di cinque mosse e Bobby strappa ai bianchi una torre, i due alfieri, un pedone.” (p. 62)
 
26.h3 Txa2 27.Rh2 Cxf2
 
“Il re bianco è pericolosamente scoperto; la regina — isolata — è sull’orlo di una crisi di nervi. Il finale di partita è la cronaca di una capitolazione deprimente.” (p. 62)
 
28.Te1 Txe1 29.Dd8+ Af8 30.Cxe1 Ad5 31.Cf3 Ce4 32.Db8 b5 33.h4 h5 34.Ce5 Rg7 35.Rg1 Ac5+ 36.Rf1 Cg3+ 37.Re1 Ab4+ 38.Rd1 Ab3+ 39.Rc1 Ce2+ 40.Rb1 Cc3+ 41.Rc1
 
Il Nero muove e matta in una mossa
 
 
“La partita del secolo si chiude con una mazzata finale della torre nera al re bianco.” (p. 62)
 
41...Tc2#
 
È davvero triste, e di certo non lascia ben sperare per le sorti della giovane narrativa italiana, leggere che Letizia Muratori (“una delle più importanti scrittrici italiane,” recita il sito dell’Editrice Arianna [11]) recensisca appassionatamente un libro così abborracciato e male in arnese quale è Re in fuga. Altro che “splendido ‘oggetto narrativo’,” altro che “rigoroso spazio mentale.” [11] Della lettura affrettata di Muratori si può sottoscrivere solo l’affermazione che il libro è “squisitamente mock [ossia: beffardo] perché la beffa rivelatoria riesce.” [11] Purtroppo riesce sì, ma ai danni del lettore. E del povero Fischer. Il quale neanche da morto sembra potersi sottrarre al karma che lo volle eternamente espropriato di ogni cosa, fosse essa bene materiale o proprietà intellettuale. Verità storica compresa.
 
Salvatore Marano, luglio 2008
 
Note
 
[1] Vittorio Giacopini, Re in fuga. La leggenda di Bobby Fischer. Milano: Mondadori, 2008.
 
 
 
 
[5] David Edmonds, John Eidinow, Bobby Fischer va alla guerra. Fischer-Spassky, il titolo mondiale di scacchi e la guerra fredda. Milano: Garzanti, 2006. Questo libro, molto ben scritto e documentato per essere opera di due non-specialisti, è una delle fonti primarie di Giacopini, il quale dichiara di averlo consultato nell’edizione inglese del 2004 (si veda la “Nota” bibliografica a p. 273). In certi casi la somiglianza fra Re in fuga e il testo di Edmonds e Eidinow è notevole; si confronti, ad esempio, il passo dove Giacopini discute il ruolo della raccolta di partite ufficiali di Spassky nella preparazione di Fischer al match (“Quel dossier per lui era una pietra filosofale, oro colato”, p. 154) con l’omologo di Bobby Fischer va alla guerra (“Quel dossier divenne il compagno inseparabile di Fischer fino al luglio 1972”, p. 171).
 
[6] Bobby Fischer, Harry Golombek, Bobby Fischer’s Games of Chess, New York: Simon and Schuster, 1959.
 
[7] Mario Leoncini, “Storia minima delle applicazioni scacchistiche dei calcolatori”, in AA. VV., Scienza e gioco. Firenze: Sansoni, 1986, p. 338.
 
[8] La storia della foto è raccontata all’indirizzo http://www.cci-italia.it/fischer.htm
 
[9] Nello stesso passo, il dossier su Spassky approntato da Wade su richiesta di Fischer (e ricordato nella nota [5]) viene attribuito erroneamente a Ken Smith. Questi, a sua volta è presentato al lettore come “un giocatore di poker professionista piuttosto conosciuto nell’ambiente scacchistico per il suo archivio clandestino di trascrizioni di partite” (p. 154), benché Smith, oltre a giocare a poker, fosse un forte Maestro FIDE (ELO: 2360!), e dal ’62 gestisse non un archivio clandestino ma la ben nota casa editrice Chess Digest.
 
[10] “Questo volume è stato impresso nel mese di febbraio 2008,” si legge nella Nota tipografica; Fischer è morto il 18 gennaio.
 

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